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Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese nasce a Roma il 13 giugno del 1914, ma è costretta a lasciare la capitale a soli pochi mesi di vita a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il padre, arruolatosi nell’esercito, abbandona la famiglia in condizioni di estrema povertà e gli Ortese, dovendosi arrangiare con poco, iniziano una sorta di peregrinaggio che li porterà in Puglia, a Portici, in Libia, per poi approdare a Napoli nel 1928.  

Per Anna Maria, che fin da piccola ha la tendenza a fantasticare, l’impatto con questa città è violento e traumatico. Si ritrova in un mondo da lei definito lacero e crudele, la vita del porto e la casa in via del Piliero le rimarranno impresse nella memoria e la segneranno a tal punto da entrare a far parte, in forma rielaborata e simbolica, del Porto di Toledo.

Durante questo primo periodo napoletano Anna Maria frequenta per alcuni mesi una scuola commerciale che però non fa per lei, sentendo, infatti, la sua fantasia e il suo estro soffocare, decide di abbandonare la scuola a quattordici anni e di diventare autodidatta. La sua adolescenza è dominata dall’immaginario del mare e degli indiani, simboli che la accompagneranno per tutta la vita entrando a far parte anche dell’arredamento domestico.

La scrittura, già compagna della sua quotidianità (aveva fatto qualche lavoretto come dattilografa), assume un significato nuovo nel 1933 con la morte del fratello Alessandro, partito per fare il marinaio. Scrivere diventa una strategia per elaborare il dolore, affrontarlo e superarlo, la poesia acquista una funzione catartica e risanatrice.  

I suoi primi esperimenti letterari vengono pubblicati su alcune riviste fino a che, nel 1937, l’editore Bompiani pubblica la raccolta di racconti Angelici Dolori. Nello stesso anno Anna Maria subisce un altro grande lutto e perde il fratello gemello Antonio, anche lui marinaio, pugnalato misteriosamente.

Nel 1938 ricominciano gli spostamenti, questa volta però in Italia Centro Settentrionale. Anna Maria abiterà a Firenze, Trieste, Venezia e collaborerà con alcuni giornali come Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere della sera.

Nel 1945 l’Ortese ritorna a Napoli ed è in questa città piena di contraddizioni che, ancora una volta, trova il correlativo oggettivo della sua scrittura. Nel dopoguerra collabora alla rivista Sud, diretta da Pasquale Prunas con altri giovani talenti come Luigi Compagnone e Raffaele la Capria, esperimento che naufragherà non senza dissapori e dispiaceri.

Tra il 1950 e il 1953 pubblica altri due libri, il primo, l’Infanta sepolta, consiste in una raccolta di racconti, il secondo, a cui io sono legata in modo particolare, riunisce tre articoli precedentemente pubblicati a due inediti e si intitola Il mare non bagna Napoli. Questa raccolta garantirà ad Anna Maria il Premio Viareggio, ma sarà anche all’origine di una sorta di esilio autoimposto. Ne Il silenzio della ragione, ultimo racconto dell’opera, infatti, critica aspramente gli intellettuali napoletani citandoli per nome e cognome e causando il loro risentimento.

Spostatasi a Milano e poi a Rapallo nel 1975, dove rimarrà fino alla morte nel 1998, la scrittrice pubblicherà l’Iguana, Poveri e semplici, e Alonso e i visionari, ma la sua mente ed il suo cuore torneranno spesso a Napoli. Scriverà il già citato Porto di Toledo e poi, nel 1993, il Cardillo addolorato.

Vorrei soffermarmi proprio su quest’ultimo romanzo per sottolineare come sia fondamentale, nella poetica di questa scrittrice, l’elemento napoletano, che è poi quello da cui io sono rimasta più affascinata.

Il Cardillo Addolorato racconta del viaggio di tre giovin signori di Liegi nella Napoli di fine Settecento inizio Ottocento e dello scontro che tutti e tre, in un modo o nell’altro, hanno con il popolo e la cultura del capoluogo campano. Attraverso una voce narrante ironica e fabulatrice Napoli viene presentata come una città di folletti, a metà tra sogno e realtà, ossimorica e dominata da un lato dal lusso e dalla sfrenatezza, dall’altro da un cupo e sanguinoso passato. Con l’avanzare dell’intreccio la città diventa sempre più grottesca, in bilico tra misera e ricchezza, libera e selvaggia, oscura e beata. L’Ortese porta avanti una poetica in difesa del superfluo e del debole, contro l’arroganza delle classi agiate, erge a protagonisti il brutto, il povero, gli sconfitti, ombre demoniache, che meritano di ricevere una voce.

«Ho abitato a lungo in una città veramente eccezionale. Qui, (…) tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, (…) tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva (…) una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione…»
(Anna Maria Ortese, L’Infanta sepolta, Adelphi, Milano 1994, p. 17.[4])

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