Libri

Il racconto dell’ancella- Margaret Atwood

Prendendo in mano il Racconto dell’ancella ci ritroviamo catapultati, già a partire dalla prima pagina, in un futuro distopico di cui, fino alla fine, non riusciamo a comprendere a pieno la genesi, l’evoluzione e le dinamiche. Immaginatevi un mondo di donne totalmente oggettivizzate, ridotte a meri strumenti nelle mani degli uomini, divise e distribuite all’interno della società sulla base del loro grado di fertilità. Bene. Ora immaginate di essere una donna fertile e di dover quindi ricoprire il ruolo di ancella. Verrete assegnate ad un uomo e a sua moglie, che non ha più nulla da offrire e ricopre solo un potere illusorio, sarete private della vostra soggettività, del vostro diritto di scelta, della vostra autonomia, dei vostri istinti sessuali. Rappresenterete semplicemente un grembo da riempire, un oggetto di cui si possono violare i confini, interscambiabile ed eliminabile una volta esaurita la sua funzione. Ecco. Questa è la realtà in cui vi condurrà la penna di Margaret Atwood. La voce narrante è quella di Offred, ancella che non rivelerà mai il suo vero nome. Il suo racconto è estremamente frammentario e inaffidabile, i flashback, le anticipazioni e le rimanipolazioni degli eventi e della narrazione sono una presenza costante. Come potrebbe essere altrimenti? Stiamo ascoltando una donna che sta dimenticando di essere soggetto e non oggetto, che cerca disperatamente di dare un senso a giornate fatte di attesa, silenzi, gesti ripetitivi e sottomissione. Il ritmo della narrazione segue quello delle giornate della protagonista, più lento nella prima parte, a volte quasi statico, più incalzante nella parte finale, in cui Offred si assume il rischio di provare emozioni e speranze. Il finale è aperto, teso, tormentato. Non potrete far altro che ripetere con foga dentro di voi: “Nolite te bastardes carborundorum” mentre andate in libreria ad acquistare il seguito.

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