Pensieri

Il Catturamosche

Federico Olivieri catturava mosche. Le afferrava, le schiacciava tra pollice e indice, le privava delle ali con un gesto secco, impietoso, e le infilava nel suo temperino porta sporco color blu notte. Poi, con il fare soddisfatto di chi aveva appena vinto una battaglia, appoggiava il bottino sul mio banco e mi guardava con i suoi occhi color palude. Detestavo tutto di lui. La faccia verdognola, i capelli unti sempre appiccicati alla fronte, i polpastrelli bianchi e sudaticci, l’erre moscia, la camminata storta e riconoscibile. Il solo suono del suo nome mi attorcigliava lo stomaco e mi costringeva a trattenere un carosello di espressioni disgustate e disgustanti.

Era arrivato una mattina di pioggia e fango indossando una tuta sporca di grasso, stivaloni verdi da pescatore e portando come biglietto da visita le sue impronte disseminate lungo tutto  il corridoio, seguite dall’urlo inferocito della bidella. Mettiti vicino a Francesca, aveva borbottato la maestra stringendo i denti e guardandolo di sbieco, cercando di valutare in pochi secondi quanti problemi avrebbe causato al gruppo classe il nuovo arrivato, e condannandomi a un intero anno scolastico seduta sul bordo estremo della sedia, costretta a sopportare la pressione del chiodo sporgente sulla natica destra per ben sei ore al giorno. 

Dopo due mesi di totale silenzio è venuto fuori che il nuovo compagno moschicida, non solo respirava e ammazzava insetti, ma parlava, o meglio, sibilava. Sembrava nato per mettermi al corrente di tutto ciò che di ributtante c’era al mondo. Ieri ho mangiato tre vermi, li tenevo d’occhio da un po’, quando li ho messi in bocca erano ancora sporchi di terra, sussurrava mentre scartavo la mia merenda. Hai mai visto cacca di pecora ammuffita? Mio padre fa il pastore e l’ho conservata per un anno in un barattolo di vetro. Che schifo, pensavo portando avanti il mio proposito di mutismo selettivo e scuotendo il capo senza riuscire a guardarlo in viso.

La famiglia Olivieri cambiava residenza ogni anno, non rimaneva mai nello stesso paese più del tempo necessario, probabilmente anche per evitare che le maestre proponessero una valutazione neuropsichiatrica al figlio che, a mio parere, ne aveva un chiaro bisogno.  Si spostavano tutti insieme, loro e le pecore. Non ho idea di cosa facesse la madre. So, grazie a frammenti rubati alle conversazioni dei miei genitori, che non partecipava mai alle riunioni di classe e che, spesso, utilizzava sciarpe voluminose per coprire i lividi violacei che fiorivano sul suo collo.

Anche quell’anno, prima che l’autunno iniziasse, se ne erano andati, circondati da un inquietante alone di mistero. Sul mio banco un cilindro avvolto con della carta da pacchi logora. Un barattolo di escrementi ovini ammuffiti.

La vita era ripresa normalmente, il mio sedere era tornato padrone del centro della sedia e io, con il tempo, mi ero scordata di Federico Olivieri.

Adesso passo le ore a intervistare sospetti assassini e a risolvere casi da film dell’orrore, o almeno così mi piace raccontare alla gente con fare borioso. Che ci volete fare ragazzi, è il prezzo che deve pagare una criminologa.

Con chi uccide comunque ci parlo davvero e, a volte, certe espressioni, certi sguardi, mi fanno ritornare alla mente personaggi del mio passato che, con il passare dei giorni, credo di aver trasformato in caricature grottesche.

Lo squillo del telefono mi distoglie dai miei pensieri e mi fa sussultare. Vieni subito, via Paleari 5, ho bisogno di un tuo parere, biascica velocemente la voce roca dall’altro capo del filo. È Enrico, il commissario di polizia. Guardo l’orologio, sono le quattro del mattino. Un’altra notte in bianco. Forse dovrei prendermi qualche giorno di vacanza, stare sul divano, spararmi qualche sitcom americana e dimenticarmi per un po’ sguardi feroci e deliri strazianti.

Mi vesto velocemente, infilo la prima cosa che mi capita a tiro, mi allaccio le scarpe da ginnastica ed esco di casa pensando che, dopo, passerò da Gennaro. Si, mi prenderò un cappuccino e un cornetto alla crema.

Arrivo, le macchine della polizia sono già sotto l’edificio, l’appuntato mi fa segno di parcheggiare dietro la fiat punto di Enrico. Agli ordini. Quinto piano, signorina. Salgo le scale, nella speranza che lo sforzo fisico mi ridia la lucidità della veglia.

Per di qua.

Mi immobilizzo, rimango sulla soglia della camera da letto. Davanti a me i cadaveri di due settantenni circondati da centinaia di ali di mosca.  


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