Pensieri

Martina

Illustrazione tratta dal libro “Il buco”, di Anna Llenas.

Martina non sa che, presto, arriverà il tempo del perdono e che i giorni trascorsi a chiudersi alle spalle la porta del bagno, a nascondere il dorso della mano arrossato e ferito nella manica della felpa, resteranno soltanto cicatrici frastagliate e ipertrofiche di dolori passati che diventeranno la sua forza. Per ora non può fare altro che accontentarsi dei suoi sedici anni e di un mondo che non può, non riesce e non vuole capire. Le piace ripetersi come la sua, a differenza delle tante altre incontrate nel corso di terrificanti ricerche, sia stata una scelta consapevole, una risposta a quell’enorme buco nero che aveva nella pancia, a quella voragine che si riempiva, si riempiva, si riempiva, ma rimaneva sempre vuota. All’inizio voleva essere soltanto una richiesta d’aiuto, un urlo soffocato da due dita in gola per dire agli altri non vi sento, non vi vedo, sono sola, ma poi, come spesso accade quando si supera un limite e si varca la soglia dell’oscurità, lasciandosi alle spalle la strada sicura e luminosa della lucidità, era stato troppo tardi.

Ogni tanto, Martina, pensa che sarebbe meglio abbassare le palpebre, scomparire, dimenticarsi di tutto, lasciare che la vita vada avanti senza di lei. Subito dopo, ad affacciarsi sono i sensi di colpa, fedeli compagni di notti insonni e di giornate passate tra i banchi di scuola con lo sguardo basso e le lacrime pronte a traboccare da quei due vasi enormi e fragili che ormai si sente al posto degli occhi. E con il rimorso, con i giudizi intransigenti verso sé stessa arriva anche la rabbia che investe ogni cosa e che colora tutto di rosso. Arrivano i graffi sulle braccia, sul volto, le grida soffocate dal cuscino, i singhiozzi per la sua incapacità di reagire, per il suo non essere capace di ridere con la leggerezza dei compagni, per il suo essere sognatrice, il suo camminare sulle nuvole che, tante volte, l’ha fatta sentire incompresa e le ha fatto desiderare di cambiare.

Poi, ci sono i giorni delle parole e quelli, di solito, sono giorni buoni. Giorni in cui, Martina, riesce a dare un nome al suo dolore grazie a delle sfumature di significato, a dei sinonimi, a degli aggettivi sottolineati velocemente in un romanzo, ad una poesia letta dal professore di latino. I giorni delle parole sono giorni in cui Martina incontra personaggi di carta che ce l’hanno fatta e che le danno sorprendentemente la forza, la capacità di andare avanti e di credere, sotto sotto, che presto arriverà un futuro luminoso. In questi giorni Martina giura che i libri non li lascerà mai più e che, quando il tempo della cura sarà giunto, troverà le parole giuste per creare eroi di inchiostro in grado di aiutare gli animi, esattamente come quelli che popolano la sua libreria.

Ed è proprio in un giorno delle parole che Martina si sveglia e decide, finalmente, di chiedere aiuto.

Lo stanzino della psicologa della scuola non è niente di che, è piccolo, buio, un ritaglio di spazio, uno sgabuzzino rimasto vuoto di fianco alla segreteria. Eppure, il sorriso della donna seduta dietro la scrivania, lo riempie di cielo, di aria, di speranza. Martina si siede e, all’improvviso, si rende conto di non ricordarsi più il suono della sua voce, di essersi dimenticata le regole, i segreti per cucire le sillabe e far nascere frasi. Allora chiude gli occhi e ritorna con i ricordi a quando, da bambina, aveva sperimentato il Punto Croce. “Ci vuole pazienza, concentrazione, la fretta non serve. Mai.”, le aveva spiegato un’amica di sua madre. Così ci prova. Prende ago e filo, socchiude le labbra e alza lo sguardo verso quel volto femminile che rimarrà sfumato e senza lineamenti quando ripenserà a questi attimi. All’inizio la sua lingua è lenta, intorpidita, le parole boccheggianti e confuse, ma poi, con il passare dei minuti, Martina diventa sorgente e il suo parlare da vita ad un ruscello, a un fiume, a un mare, a un oceano che riempie la stanza, la scuola, la strada, la città, il mondo.

Martina se che le grandi rivoluzioni partono sempre da piccoli passi e, questa mattina, si sente come Neil Armstrong, il primo uomo sulla luna.

Nel parcheggio, al suono della campanella, c’è una macchina nera che la aspetta, come tutti i giorni da un anno a questa parte. Martina ha smesso di prendere il treno per andare e tornare da scuola e i suoi genitori, dopo mesi di tentativi, non hanno potuto fare altro che arrendersi alla sofferenza e al silenzio di quella ragazzina che, a volte, non riescono più a riconoscere e a capire e che adesso apre la portiera sotto lo sguardo rassegnato di un padre che si prepara all’ennesimo pomeriggio passato ad osservare sua figlia impegnata nello sforzo di farsi trasparente. Ma, si sa, che in un cielo coperto di nuvole spesso capita che un raggio di sole, coraggioso e improvviso, decida di squarciare il grigio e di donare uno spiraglio di luce ad una giornata destinata alla monocromia.

“Papà, che ne dici? Ci andiamo a vedere il mare quest’estate?”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...